Vietnam a passo lento
Se non riuscirete a individuare subito il Phu Yen sulla cartina geografica, sarete perdonati: succede anche a molti vietnamiti, per i quali questa piccola provincia è ancora una meta sconosciuta. Incastrato tra le propaggini della Catena Annamita centrale e oltre 160 chilometri di costa frastagliata, il Phu Yen è una terra di coltivatori di riso e di pescatori, e i turisti tendono per lo più a saltarlo, preferendo le vicine località balneari di Quy Nhon e Nha Trang.
Chi però arriva fin qui ha la fortuna di scoprire un Vietnam fuori del tempo. «I vietnamiti tra i cinquanta e i sessant’anni vengono in Phu Yen per ritrovare il Paese di una volta», racconta David Castillo, executive assistant manager di Zannier Bãi San Hô, il primo — e finora unico — resort internazionale, aperto nella provincia nel 2020. «Per loro è un modo per rivivere i ricordi dell’infanzia. Una specie di porta su un passato che non si trova più in altri luoghi diventati ormai molto commerciali, come Hoi An, per esempio».
Nei polverosi villaggi del Phu Yen, fatti spesso di una sola strada, le galline razzolano libere e i guaritori curano i malanni con il coriandolo rau răm, il balsamo vietnamita e altre erbe locali. Dalle cucine a vista annerite dalla fuliggine donne con il cappello a cono e le mani screpolate servono bánh tráng — cialde di riso cosparse di sesamo — o pannocchie grigliate e condite con salsa di pesce di acqua dolce. Nelle lagune, un mosaico di allevamenti galleggianti di ostriche e aragoste disegna il paesaggio, mentre nelle botteghe poco lontano si intrecciano le tradizionali trappole da pesca in bambù, realizzate da secoli con la stessa tecnica. Nei borghi di pescatori lungo la costa, le thung chai — barche a cesta rotonde come enormi insalatiere dipinte con colori vivaci — rientrano cariche di carangidi e sgombri. Il pesce viene venduto nei rumorosi mercati del mattino, accanto a tranci rosati di tonno, lumache di mare grandi come un pugno, patate dolci, spinaci d’acqua e pomeli esposti su teli logori. Ovunque l’aria è umida e salmastra, addolcita dal profumo di ananas e di gelsomino.
Su una collina ai margini di Tuy Hòa, capitale della provincia, svetta la Torre Nhan, un monumento quasi millenario e una delle poche testimonianze del popolo Cham, che abitava le regioni centrali del Vietnam e i cui discendenti – in gran parte musulmani – vivono ancora oggi in villaggi disseminati lungo la costa centrale e sul delta del Mekong.
In questi luoghi semplici, quasi arcaici, e poco battuti, fino a poco tempo fa l’offerta alberghiera era essenziale e priva di particolare attrattiva. Le cose sono però cambiate nel 2020, con l’apertura del resort Zannier Bãi San Hô nei pressi della cittadina di Song Cao, nel nord del Phu Yen. Esteso per circa cento ettari su una penisola rocciosa affacciata sul mare, il complesso residenziale è il risultato di una affascinante contaminazione tra le culture storiche della zona e la sua atavica anima rurale: le settantatré ville — dai rifugi in collina con piscina privata alle capanne costruite tra la giungla e la spiaggia — si ispirano alle architetture tradizionali delle comunità di pescatori locali e agli stili dei gruppi etnici della regione, tra cui Cham e Rade. Costruite su palafitte per ridurre l’impatto sul territorio, le ville hanno tetti in paglia, pavimenti in bambù e pareti in cob (un impasto di argilla, sabbia e paglia), mentre nell’arredo mescolano pezzi di antiquariato del Sudest asiatico, oggetti di artigianato locale e tessuti grezzi di juta e di lino.
I giorni qui scorrono adagio, in sintonia con la tranquillità del paesaggio circostante. Al mattino, mentre le palme proiettano le loro ombre sulla spiaggia, gli ospiti iniziano la giornata al ristorante panoramico Nha O con fumanti ciotole di bún riêu — noodles al granchio — e bánh cuốn — delicati involtini farciti con carne di maiale e funghi — preparati al momento, oppure, per i meno avventurosi, con smoothie bowl e avocado toast. A pochi passi dal ristorante, alla spa Hoa Sen — un rifugio materico la cui atmosfera meditativa ricorda gli interni creati da Axel Vervoordt — si possono provare trattamenti con elisir vegetali, coppettazione, massaggi di agopressione. Dal raccoglimento della spa si passa allo spirito bohemien e disinvolto del beach club Làng Chài: consigliato il mojito alla citronella, da sorseggiare pigramente sotto gli ombrelloni di foglie di palma, magari verso sera, di rientro da una passeggiata al mercato o da una cerimonia nei templi Champa oppure dopo avere fatto snorkeling tra le barriere coralline multicolori al largo della costa.
Tuttavia, anche in questo idillio segreto il cambiamento è all’orizzonte. In una baia a nord del resort Zannier, il gruppo Mandarin Oriental ha avviato i lavori per un vasto complesso con settantadue suite, ville e residenze sulla spiaggia di Bai Nom, la cui apertura è prevista per il 2026. Intanto, tra gli addetti ai lavori, circolano voci di costruttori pronti ad acquistare calette incontaminate e suggestivi siti montani. «Presto il Phu Yen sarà ben visibile sulle mappe», dice Castillo. Fino a quel momento, però, questa provincia sospesa nel tempo continuerà a vivere felicemente al suo ritmo lento.