Lungo il Nilo, al di là della storia
Mentre il fiume più lungo del mondo lambisce un paesaggio dove natura, mito e memoria sono tutt’uno, osserviamo affascinati la vita che anima le sue sponde, oggi come tremila anni fa
Dormono chiusi in una teca al Museo dei Coccodrilli accanto al tempio di Kom Ombo, dietro un vetro che s’infrangerebbe all’istante se dalla morte di colpo si ribellassero. Perché i millenni nulla hanno potuto contro le loro scaglie legnose e acuminate, i corpi possenti e bruni come tronchi spiaggiati al sole. E persino gli occhi affilati non appaiono meno vivi di quando questi rettili non erano ancora morti, tremiladuecento anni fa, prima che gli egizi li mummificassero e li deponessero nella necropoli di questo sito consacrato in origine a Sobek, il dio-coccodrillo, il sovrano dell’inondazione, colui che dal proprio sudore fa sgorgare il Nilo dalle sorgenti fino al Mediterraneo.
E bisogna ricordarselo sempre mentre si naviga a bordo di un battello o di una dahabeya tradizionale: una crociera sul fiume più lungo del mondo non è una scorciatoia (se pur dolce) per toccare senza traffico la magnificenza dei templi e delle necropoli, da Luxor e Karnak fino a File e all’indimenticabile Abu Simbel, il tempio di Ramses II costruito su un altura del lago Nasser, dove i coccodrilli infestano ancora le acque e fanno strage di persici, e solo certe famiglie nubiane hanno il coraggio di catturarli e tenerli in casa, come animali domestici e amuleti di buon auspicio.
Navigare sul Nilo è dimenticarsi della storia o meglio, confonderla nella natura, nella poesia, nella religione e nel mito. Trascorrere ore a prua osservando la vita che danza sull’acqua, e immaginare dove partono e dove finiscono le catene montuose che del Nilo formano la valle. Chiedersi il perché di quel colore azzurro così tanto marittimo e poco fluviale, solcato da chiatte e barchette dei pescatori di tilapie, sempre e soltanto a bordo in due, uno rema e l’altro getta le reti, uno batte l’acqua con un legno per costruire una trappola di bolle intorno ai pesci e l’altro infine solleva il bottino.
La magia non è solo perdersi in quest’ordine secolare. Ma far vivere nella mente come cartoni animati i geroglifici e le pitture murali visti durante le soste, Cleopatra VII e il Libro dei Vivi, il Libro dei Morti e il Libro delle Porte. E così, riprendendo al tramonto la navigazione dopo aver visitato la Valle dei Re, il cielo d’un tratto inizia a raccontare un’altra storia.
Ed è bello giocare a pensare che il mondo che vedi è lo stesso mondo che vedeva uno contadino o uno scriba, mentre l’empireo si fa a immagine e somiglianza della volta affrescata nella tomba di Ramses VI, quel cielo stellato sul quale è distesa la dea Nut raffigurata mentre all’alba partorisce il sole e al tramonto lo inghiotte. E poi – l’ho visto dipinto su una parete nella tomba di Seti I – il disco solare stesso non è più un astro ma una cosa viva, generata dallo scarabeo sacro che gli dà forma con le zampe anteriori e con quelle posteriori lo spinge in alto, finché Horus gli mette in volto la sua maschera da falco e chiude il cerchio del giorno e della notte.
La buona riuscita e il fascino di una crociera sul Nilo dipendono in buona parte dall’imbarcazione. Noi abbiamo viaggiato da Luxor ad Assuan a bordo di una dahabeya, come già facevano gli esploratori ottocenteschi e, millenni prima, gli antichi egizi. Costruita su modello delle antenate dipinte nelle tombe dei faraoni, mantiene l’originale agilità con in più tutti gli arredi e le comodità per un viaggio confortevole. Ha il fondo piatto, come una chiatta, ed è munita di due alberi con vele triangolari, uno a poppa e uno a prua. Grazie alla sua stazza moderata può accogliere un numero molto ristretto di ospiti e, soprattutto, attraccare anche nei porti delle località più piccole, non accessibili alle grandi navi da crociera.
Gli antichi egizi davano un nome al loro paradiso, lo chiamavano Campi di Iaru. È raffigurato in una tomba della Valle degli Artigiani ed è esattamente questo: un fiume, i giunchi, la terra su cui piantare l’erba medica e gli ortaggi non appena il Nilo si ritira, i bambini che fanno il bagno lontani dalla riva e quando la barca passa salutano a piene mani, sollevandosi fino alla cinta come giocatori di pallanuoto prima di segnare un gol. Ci sono gli aironi cenerini sempre solitari, che quando trovano un cuscino galleggiante di rami si fanno trascinare dalla corrente, impettiti e distaccati, “i re tristi” della letteratura araba. Nelle isole in mezzo al fiume pascolano le bufale che donano il latte grasso per ottenere il samn baladi, il burro chiarificato per friggere le fave e preparare i falafel. E volano gli ibis, protettori della scrittura geroglifica e della medicina, che proprio come i coccodrilli erano sacri e imbalsamati a milioni, ritrovati nella poco conosciuta necropoli di Tuna El-Gebel. Sulla sponda est, quella dei vivi, e sulla sponda ovest, quella dei morti, le palme e gli alberi di mango si scambiano continuamente di posto. E tra le fronde si sollevano rivoli di fumo creati dai contadini mentre bruciano gli scarti della lavorazione della canna da zucchero per ricavarci una cenere che fertilizza i campi.
Le barche più piccole possono avvicinarsi alle sponde e fermarsi sulle isole al centro, dove brucano gli animali e sorgono piccoli villaggi di agricoltori, e una vita sociale si consuma sulle panche fuori dalle case dove si raccolgono le famiglie per ridere e parlare. «Solo chi ha occhi belli può vedere bella la trama di un tessuto», dice Hasan, nel suo abito tradizionale blu cobalto, l’anziano che guida il consiglio dei saggi. Dalla sua casa una scala scende fino a un giuncheto, del tutto uguale a quello descritto nella Bibbia dove s’impigliò la cesta di Mosè, neonato, prima di essere salvato dalla figlia del faraone per volere di Yahweh. E ancora una volta ogni elemento della natura si trasfigura nel mito. E tutto appare esattamente com’è. Mentre nulla, allo stesso tempo, è solo ciò che sembra.