Chris Schalkx Mongolia ger
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In Mongolia, cavalcando all’infinito

Testo e foto di Chris Schalkx

In piedi su un cocuzzolo roccioso all’entrata della valle dell’Orkhon, nel cuore della Mongolia, ho avuto la sensazione di guardare dentro il vortice di una macchina del tempo. Sotto di me, la valle si apriva come un tappeto verde senza fine, lucido come velluto nella luce del mattino.

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In una terra in cui il cavallo è la risorsa e il simbolo culturale più importante, il Genghis Khan Retreat è la destinazione ideale per tutti gli appassionati di sport equestri.
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I nomadi mongoli sono considerati tra i migliori cavalieri del mondo.

Il fiume scorreva con anse sinuose. Qua e là, mandrie di yak e cavalli brucavano sulla pianura ondulata come coriandoli bianchi, neri, fulvi. L’unica traccia umana in questa distesa era qualche rara ger (la tradizionale tenda tondeggiante fatta di feltro di lana e di legno).

Se fossi arrivato qui secoli fa, il paesaggio non sarebbe stato molto diverso. Lasciata alle spalle Ulan Bator e il suo smog, la Mongolia si apre sul passato. Qui vive una delle ultime società nomadi: quasi un quarto dei 3,5 milioni di abitanti si sposta ancora stagionalmente seguendo i pascoli, e trasportando le proprie case come accade da generazioni.

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In Mongolia, il paesaggio sembra custodire una memoria più antica del tempo: lenti corsi d’acqua, mandrie libere e rare ger in una pianura dove la vita nomade segue ancora il ritmo dei pascoli.

La ger, una efficientissima architettura mobile

La struttura della tipica tenda mongola si basa su un principio semplice: pareti reticolari pieghevoli, pali radiali in legno e un anello centrale, il “toono”, che sostiene il tetto e consente la ventilazione. Non utilizza chiodi poiché l’equilibrio dipende solo dalla tensione delle corde e dal peso dei rivestimenti. Il feltro di lana di pecora è il materiale chiave; isola dal freddo, protegge dal vento e, grazie alla stratificazione, permette di adattare la ger alle stagioni. In inverno si aggiungono più strati; in estate si sollevano le parti inferiori per favorire la circolazione dell’aria. Una ger ben montata può sopportare forti escursioni termiche e venti intensi senza perdere stabilità.

Il modello attuale deriva da una lunga tradizione pastorale documentata nelle steppe euroasiatiche da oltre duemila anni. La sua forma circolare riduce la resistenza al vento e facilita il riscaldamento interno. Anche le dimensioni seguono una logica precisa: una ger familiare comune misura cinque o sei metri di diametro, anche se esistono versioni più grandi per celebrazioni, accoglienza o uso comunitario. Ogni dettaglio risponde a una necessità garantendo rapidità di montaggio, leggerezza nel trasporto, isolamento e resistenza. La ger è rimasta pressoché invariata nel tempo, non certo per immobilità, ma perché continua a risolvere con straordinaria precisione l’esigenza essenziale della vita nomade.

Chris Schalkx Mongolia ger
Le spaziose ger del Genghis Khan Retreat sono allestite per offrire ogni comodità secondo lo stile rustico e colorato tipico delle popolazioni nomadi.

Ogni primavera, quando l’inverno si dissolve e la valle si riempie di profumi e di suoni, anche il Genghis Khan Retreat riprende il ritmo. Inaugurato alla fine degli anni Novanta come campo di polo della famiglia Giercke, viene ricostruito a ogni nuova stagione con una trentina di ger disposte su una cresta erbosa lungo il fiume Orkhon. All’interno, stufe a legna e coperte di cashmere per scaldarsi, e candele per fare luce, visto che l’elettricità non c’è.

Una mattina, con il vento freddo e il sole alto, abbiamo attraversato la vallata fino a una foresta di larici avvolta nella nebbia, cavalcando tra fiori primaverili e stelle alpine, nidi di avvoltoi e stupa di legno consumati dal tempo. Un altro giorno abbiamo visitato il monastero buddista di Erdene Zuu e poi siamo scesi lungo il fiume a bordo di un kayak.

Al ritorno al campo siamo stati accolti dal personale, quasi tutti nomadi, con bevande calde, stufato di yak e riso con i funghi. Tra un bagno in una tinozza riscaldata a legna e un tuffo nel fiume gelido, il tempo rallentava. C’era anche uno sciamano, Shiva, che lavorava sui nostri muscoli affaticati.

Con la nuova stagione, nella valle dell’Orkhon cavalli, alberi, fiori, accampamenti e fuochi tornano a comporre un paesaggio meraviglioso, ed eterno nel suo ripetersi ogni anno da millenni uguale a se stesso.
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In Mongolia la religione più diffusa è il buddismo tibetano, arrivato nel paese tra il XVI e il XVII secolo.
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Accanto ad esso sopravvive lo sciamanesimo originario, legato al culto degli antenati e degli spiriti della natura.

In un periodo in cui l’ospitalità è sempre più spesso orientata agli eccessi, luoghi come il Genghis Khan Retreat lasciano tracce profonde: uscire dalla propria ger e ritrovarsi davanti a una valle intatta, sedersi attorno al fuoco, ascoltare la notte; sapere che in autunno tutto viene smontato, lasciando solo dischi di erba schiacciata destinati a scomparire fino alla primavera successiva, quando tutto ricomincia.

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