In Botswana ho conosciuto l’Africa più pura
Riconnessione con le origini della vita, sguardo al delicato equilibrio tra le specie, contemplazione di paesaggi che sono tra i più potenti ed emozionanti del mondo: il mio viaggio in Botswana è stato tutto questo, e molto di più.
Dopo un lungo volo per Johannesburg, e le consuete formalità di ingresso, ho avuto giusto il tempo di prendere un cappello da safari all’aeroporto prima di ripartire per un tour esplorativo di cinque giorni. Viaggiando a dicembre, sono arrivata all’inizio dell’estate, quando la stagione delle piogge comincia a trasformare il Botswana. Mi sono imbarcata su un volo di novanta minuti per Maun, la porta meridionale del leggendario delta dell’Okavango, da dove partono regolarmente aerei leggeri diretti alle piste di atterraggio delle località più interne del delta.
Safari che aiutano
Come prima tappa, ho passato due notti ai margini orientali della riserva privata Selinda – che si estende per 130.000 ettari nel nord del Botswana – allo Zarafa Camp, una delle mete di eccellenza dell’organizzazione Great Plains Conservation.
La missione di Great Plains Conservation è coraggiosa: salvaguardare vaste aree selvagge africane, sostenere le comunità che vi abitano e tutelare le specie a rischio, combinando un turismo esclusivo a basso impatto con la conservazione ad alto impatto. Su oltre 400.000 ettari, la sua rete di eccezionali campi safari non funge solo da alloggio, ma anche da motore della gestione ambientale, utilizzando l’ecoturismo per finanziare e promuovere le più diverse attività di tutela.
Ma chi c’è dietro questa ambiziosa iniziativa? Il gruppo è stato fondato da cinque imprenditori visionari, tra cui Mark Read, ex presidente del WWF Sudafrica, e Dereck e Beverly Joubert, duo di registi di fama mondiale e instancabili ambientalisti. Hanno unito la loro profonda conoscenza dei safari fotografici con un sogno comune: creare i campi più innovativi ed ecologici di tutta l’Africa.
Nonostante avessi già fatto diversi viaggi in Africa, Zarafa Camp è stato per me una sorpresa, ed è qui che ho capito per la prima volta che cosa sia un’autentica esperienza di safari. Con solo quattro tende, che possono ospitare non più di otto persone, questo lodge è perfettamente integrato nella natura circostante, e, nel suo stile, evoca il romantico spirito di avventura dei safari dei primi del Novecento. Pensate all’Africa dell’esploratore Henry M. Stanley: sedie da campo in pelle, vecchi arredi di legno, bagni con finiture di rame e docce all’aperto, in una sobria mescolanza di eleganza vintage e di design ecologico.
La prima sera abbiamo cenato sotto le stelle, gustando diverse portate ottimamente cucinate, in un’atmosfera indimenticabile, circondati dai suoni degli ippopotami e dei bufali in lontananza. Ogni piatto era più delizioso del precedente, a testimonianza della cura profusa dall’organizzazione per offrire una cucina di alto livello pur in un ambiente difficile e remoto.
L’impegno e la sensibilità dello Zarafa Camp per la conservazione ambientale è evidente nei più piccoli particolari. La plastica, per esempio, non è presente da nessuna parte. Al contrario, ogni ospite riceve una bottiglia in alluminio riutilizzabile, che può essere riempita durante il giorno al bar del campo con acqua fresca e filtrata.
In due giorni ho vissuto l’Africa più segreta e più pura. Nella riserva privata Selinda non c’erano turisti, ma solo natura sconfinata e innumerevoli animali selvatici. Enormi branchi di elefanti si aggiravano sul delta in cerca di acqua in vista delle piogge. Gli inafferrabili leopardi si muovevano silenziosamente tra gli alberi, inseguendo gli impala. E ovunque guardassi, i piccoli dei facoceri, dei kudu, delle giraffe contribuivano al vibrante pulsare della vita in questo angolo incontaminato del continente.
I leoni adulti controllano grandi aree e custodiscono gelosamente il loro harem di leonesse. Il ruggito si riesce a udire fino a nove chilometri di distanza. Aiuta a trovare altri leoni e a marcare il territorio.
Dopo un safari durato tutto il giorno, non avrei mai potuto immaginare cosa ci aspettava la sera. Mentre il sole iniziava a calare all’orizzonte, siamo arrivati alle sponde di un piccolo lago dove un branco di elefanti si stava rinfrescando. A pochi metri da queste maestose creature, il team aveva organizzato un cocktail con spuntini leggeri per accompagnare quello spettacolo alla luce del tramonto.
Scendendo dall’auto, nella quiete della vegetazione dell’Okavango, sono stata colta da un profondo senso di stupore. In quegli attimi di crepuscolo, mi è quasi sembrato di riuscire a cogliere come questi giganti comunichino tra loro, attraverso movimenti sottili, bassi brontolii e una silenziosa grazia.
Alcune canoe erano in attesa lungo la riva e non ho esitato. Sono salita su una di esse con un ranger per dare un’occhiata più da vicino. Attraversando lentamente il lago, a tu per tu con gli elefanti nel loro elemento naturale, ho provato un intimo senso di connessione, un momento che non dimenticherò mai più.
In trenta minuti di volo a bordo di un aereo leggero e in quaranta di auto attraverso il bush, ho raggiunto la mia seconda tappa del circuito Great Plains Conservation, il Selinda Camp, nella parte settentrionale della omonima riserva. È interessante notare che durante la stagione secca, quando il delta paradossalmente trabocca di acqua, il campo può essere raggiunto anche navigando lungo i canali in mokoro, la tradizionale canoa scavata in un singolo tronco.
Il Selinda Channel è un antico corso d’acqua che si snoda attraverso il delta dell’Okavango verso le zone umide di Linyanti a nordovest, i canali di Savute e Chobe, per poi unirsi al possente fiume Zambesi, vicino ai confini della Namibia e dell’Angola.
Stare lungo le rive del canale mi ha aperto una prospettiva completamente nuova sul delta rivelando un aspetto naturalistico che spesso passa inosservato. Mentre ci muovevamo tranquillamente in barca, un lampo di colore ha catturato la mia attenzione. Appollaiato tra le canne di papiro c’era un martin pescatore malachite, che risplendeva in vivaci tonalità di blu e verde elettrico, con il becco rosso fuoco, il petto arancione e il collo bianco brillante. A pochi metri, un airone bianco maggiore spiccava il volo in un arco aggraziato...
Con più di mille specie di uccelli, questa è una meta da sogno per tutti gli appassionati di ornitologia.
La mia ultima tappa in Botswana è stata Duba Plains, il terzo campo di questo viaggio, recentemente ripensato per essere in linea con gli obiettivi di conservazione dello Zarafa. Dispone solo di cinque tende di tela che ospitano dieci persone al massimo, e offre un’esperienza all’insegna della riservatezza, con un servizio personalizzato. Ogni tenda è arredata con mobili e materiali pregiati, opere d’arte locale e grandi fotografie firmate dai proprietari del campo, Dereck e Beverly Joubert, inoltre è dotata di una piccola piscina privata, con gli ippopotami che spesso si fermano al di là del bordo.
- L’accesso ai campi avviene sempre con aerei leggeri, che permettono di ammirare l’immensità del delta dell’Okavango. —
- Le tende del campo sono attrezzate per offrire il massimo delle comodità. —
- Tutto pronto per ricaricare le batterie e continuare il nostro safari. —
- La sosta per uno spuntino in mezzo alla natura è una consuetudine in ogni safari.
Nel cuore del delta, Duba Plains propone un tipo di safari diverso da tutti gli altri. Non ho incontrato grandi branchi di elefanti, ma l’esperienza non è stata meno straordinaria. Pochi giorni prima del mio arrivo, nella zona erano stati avvistati dei cani selvatici che poi però, nonostante i nostri sforzi, erano diventati inafferrabili. Alla fine di un’intera giornata di cammino siamo tornati al campo completamente esausti, ma comunque euforici. Il team di Duba Plains ci aveva preparato una sorpresa: una colazione nel bush all’ombra di un maestoso albero. Il pane cotto su braci di fortuna, il caffè fumante e le antilopi silenziose che ci guardavano da lontano hanno reso quel momento una pura magia.
Con l’arrivo dell’ultimo giorno arrivava anche la mia ultima possibilità di vedere i cani selvatici. Abbiamo iniziato la mattina con un volo in elicottero a bassa quota sul delta. È stato spettacolare: dall’alto, il labirinto di canali e isole assumeva forme surreali, il mosaico di vegetazione dipingeva un paesaggio da sogno. Branchi di zebre e di antilopi si muovevano sotto di noi, gli uccelli si disperdevano in eleganti stormi e un elefante solitario si faceva strada tra gli alberi.
Dopo il pranzo e un veloce riposo, siamo partiti per quello che sarebbe stato il mio safari conclusivo in Botswana. La guida si è rivolta a noi con un sorriso, chiaramente soddisfatta. “Abbiamo trovato i cani selvatici. Andiamo”.
Dopo appena quaranta minuti di ricerca, è successo: a poco più di dieci metri di distanza, un cane selvatico ci è passato davanti, poi un altro e un altro ancora. In totale, un branco di sei animali magri e irrequieti si muoveva con decisione verso una delle ultime pozze di acqua rimaste prima dell’arrivo delle piogge, un luogo dove le antilopi si riunivano per dissetarsi. Il sole si è abbassato proiettando un bagliore ambrato sul delta, mentre la tensione riempiva l’aria.
L’atmosfera era elettrica. Lo spettacolo raro: i cani selvatici erano vicinissimi all’acqua, una mossa rischiosa che li lasciava esposti, ma erano affamati e la caccia era aperta. Hanno accelerato il passo e noi li abbiamo seguiti da vicino, decisi a non perderli.
All’improvviso, il branco si è lanciato in uno sprint. Avevano puntato la loro preda da lontano. La nostra guida ha girato il veicolo, deviando fuori strada per seguirli attraverso le pianure aperte. È diventata una gara: i predatori da una parte, il nostro veicolo parallelo a loro dall’altra. La guida ci ha spiegato che durante la stagione delle acque alte, da giugno ad agosto, questo tipo di inseguimento sarebbe stato impossibile, poiché le inondazioni del delta rendono quasi impraticabili i percorsi via terra; in quei mesi, ci si può muovere solo con i mokoro, e molto adagio.
Ma ora, nella stagione secca, ci siamo mossi velocemente. A pochi metri dal momento della verità, il veicolo ha rallentato fino a fermarsi, lasciando che la natura facesse il suo corso.
Ho assistito così a una caccia del cane selvatico, cruda, e assolutamente indimenticabile. Senza dubbio una delle esperienze più intense della mia vita.