Cina, la via del tè e del cavallo
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In Cina, seguendo la Via del Tè e dei Cavalli

Testo di Bernardo Fuertes

Nella provincia cinese dello Yunnan, dove l’umidità del monsone si mescola al fresco delle montagne, crescono piante del tè antichissime, alcune delle quali superano addirittura i mille anni. Secondo la leggenda fu l’imperatore Shennong, quasi cinque millenni fa, a scoprirne l’infuso. Si narra che alcune foglie di Camellia sinensis caddero per caso nella pentola di acqua bollente dalla quale egli era solito bere durante i momenti di preghiera: era nato il primo tè della storia. L’imperatore ne apprezzò la bontà e la fece conoscere al mondo. Da allora quell’immagine mitica continua a essere evocata nei racconti che si ascoltano nei villaggi del tè mentre il vapore profumato che sale dalle tazze si confonde con le nebbie mattutine.

Nel corso del tempo il tè acquistò un grande valore, fino a diventare una moneta. Pressato in tavolette o in dischi di varie misure, durante le dinastie Tang, Song e Ming circolava come valuta per il pagamento delle tasse e del soldo dei militari. Un solo mattoncino poteva equivalere al prezzo di un cavallo: è così che venivano acquistati i destrieri per le grandi campagne militari dell’impero, e che la vasta e composita rete di vie carovaniere – oltre 4.000 chilometri – che univa lo Yunnan al Tibet, alla Mongolia e al confine indiano prese il nome di Via del Tè e dei Cavalli.

Quel battito storico risuona ancora nella Gola del Salto della Tigre, un canyon di quindici chilometri solcato dal fiume Jinsha, nel nord della provincia dello Yunnan. Si racconta che una tigre lo abbia superato con un solo balzo. In realtà, furono le carovane ad attraversarlo per secoli, avanzando tra precipizi e montagne innevate con muli carichi di tavolette di tè, sullo sfondo di un paesaggio impervio tra i più spettacolari della Cina.

Terra di confine incastonata tra il Tibet, il Vietnam, il Laos e la Birmania, lo Yunnan concentra nel suo territorio il più alto numero di etnie, e di culture, di tutta la Cina. A Baisha, culla del popolo Naxi, si possono ammirare affreschi del XV secolo in cui convivono immagini del Buddha, di divinità taoiste e di protettori tibetani. Questa stratificazione iconografica è solo una delle tante testimonianze che qui non c’erano confini rigidi, ma un continuo incrocio di mondi.

Da queste montagne proviene anche il pu’er, un tè postfermentato che può essere stagionato per mesi e perfino per decenni, acquistando il valore di un tesoro. Nei mercati di Menghai e Xishuangbanna, una singola torta di pu’er invecchiato può raggiungere prezzi che rivaleggiano con quelli dei vini più ambiti di Bordeaux.

Cina-itinerario-Yunnan-Tibet
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Shangri-La e monti Meili, dove le vette pregano con il vento

La strada sale verso Shangri-La, un toponimo che è uscito dalla letteratura e che oggi indica anche una città tibetana alle porte dell’Himalaya. Tratto dal romanzo Orizzonti perduti di James Hilton, pubblicato nel 1933, indicava un’utopica comunità del Tibet. Dal 2001 la Cina ha ufficialmente riconosciuto questo nome alla contea di Zhongdian, consacrando il mito anche sulle mappe. Shangri-La è diventato dunque un luogo reale dove monasteri e villaggi vivono, come nel romanzo, seguendo un comune impulso spirituale.

Nella contea di Shangri-La visitiamo il monastero di Songzanlin, il più grande dello Yunnan. Fondato nel XVII secolo, conserva affreschi che raccontano la cosmogonia tibetana, dove montagne, divinità e animali danno vita a un’unica grande mitologia.

Intorno ad esso la vita contadina scorre con ritmo pacato, tra campi di orzo e prati dove pascolano gli yak.

Qui il tè diventa un gesto di ospitalità. Il po cha, tè nero infuso e sbattuto con burro di yak e sale, scandisce le giornate dei monaci e dei pastori. È energia per resistere al freddo, ma soprattutto è un simbolo di appartenenza. Un proverbio locale lo riassume: «Senza tè non c’è conversazione, senza burro non c’è forza».

Più a nord nella provincia dello Yunnan, nella regione sudorientale dell’altopiano tibetano, i monti Meili custodiscono una delle Otto Grandi montagne sacre del Tibet, il Khawa Karpo, alto 6.740 metri. Nessuna spedizione ha mai raggiunto la sua cima. Nel 1902 ci fu il tentativo, fallito, di una spedizione britannica. Nel 1991 fu la volta di una spedizione giapponese che, a causa di una valanga, si concluse tragicamente con la morte di diciassette alpinisti. Da allora la montagna è stata dichiarata inviolabile. Per i tibetani è una divinità vivente, e la sua sagoma innevata all’alba è vista come una benedizione.

Ogni anno, migliaia di pellegrini compiono la kora, un percorso circolare di oltre 240 chilometri attorno al Khawa Karpo. Per settimane attraversano ghiacciai e passi di alta montagna, condividendo il tè ad ogni sosta e offrendo foglie sugli altari improvvisati. Per loro, la montagna non è una meta da conquistare, ma un essere vivente con il quale convivere silenziosamente.

In templi come quello di Feilaisi, un meraviglioso balcone panoramico a 3.300 metri di fronte alla catena dei monti Meili, i pellegrini si alzano all’alba per assistere al «miracolo dorato», l’istante in cui il sole tinge d’oro le cime innevate. Allora fanno girare le ruote di preghiera e offrono tazze di tè, con un gesto che è insieme fisico e spirituale.

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Lhasa, la città che beve il cielo

Il nostro percorso culmina nella Regione Autonoma del Tibet, a Lhasa. Qui, a 3.650 metri di altitudine, la spiritualità pervade ogni angolo. Il Palazzo del Potala, residenza dei Dalai Lama da secoli, domina la Collina Rossa come faro del buddismo tibetano e di un popolo che ha fatto della fede la propria forza.

Il monastero di Jokhang, fondato nel VII secolo, è il cuore spirituale del Tibet. Negli zaini dei pellegrini non mancano i mattoncini di tè pressato, reliquie tangibili di un percorso che ha trasformato questa bevanda in un alimento sacro.

Nelle case da tè di Barkhor Street, la semplice materialità quotidiana e la vita dell’anima si incontrano in ogni tazza di po cha. Il suo sapore forte e salato sorprende i visitatori, ma in Tibet è l’essenza dell’ospitalità, e rifiutarlo significherebbe rifiutare l’offerta di un legame.

Lhasa è la sintesi vivente di un viaggio che è andato oltre il commercio. Ciò che nello Yunnan era un germoglio selvatico, un infuso corroborante e poi una moneta imperiale, sui monti Meili è diventato dono votivo, per trasfigurarsi in Tibet in un rito quotidiano. Il po cha, che nutre il corpo in alta quota, è preghiera, ospitalità e memoria. In ogni sorso di questa bevanda così particolare si sublima l’essenza della Via del Tè e dei Cavalli, e di un percorso che ha unito per sempre la civiltà Han e quella tibetana.

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